Obama, il surge contro la minaccia del fronte Afghano e Pakistano
Strage talebana in moschea
Un talebano in missione suicida si è mescolato ai fedeli in moschea durante le preghiere del venerdì a Jamrud, il distretto tribale e “porta d’ingresso” che dal Pakistan conduce all’Afghanistan. Quando si è fatto saltare ha raso al suolo l’edificio.

Washington. Un talebano in missione suicida si è mescolato ai fedeli in moschea durante le preghiere del venerdì a Jamrud, il distretto tribale e “porta d’ingresso” che dal Pakistan conduce all’Afghanistan. Quando si è fatto saltare ha raso al suolo l’edificio. Tra i circa settanta morti e i cento feriti ci sono anche poliziotti e funzionari del governo che erano inginocchiati assieme alla gente comune. Ormai è terrorismo di musulmani sunniti contro musulmani sunniti: quello di venerdì è il terzo attacco suicida dentro una moschea pachistana soltanto a marzo. E’ come la fase più cruenta e folle della campagna di al Qaida contro l’Iraq, la fase che però precedette la sua sconfitta.
Ieri il presidente americano Barack Obama ha presentato la tanto attesa revisione strategica sull’Afghanistan, che – come dimostrato dalla carneficina di Jamrud – avrebbe benissimo potuto chiamarsi revisione strategica “sulle aree tribali pashtun”. Il presidente ha spiegato che non si tratta di guerra scelta, ma di una guerra necessaria. L’America deve intervenire nelle aree tra i due paesi perché è laggiù che i terroristi grazie alla copertura fornita dai talebani pashtun stanno preparando il prossimo attacco negli Stati Uniti: “Per gli americani, quella regione di frontiera è diventata la zona più pericolosa del mondo”.
Secondo il Washington Times, dentro l’Amministrazione Obama c’era una divisione sulla nuova strategia da intraprendere. Da una parte il vice presidente Joe Biden e il vicesegretario al Dipartimento di stato, James Steinberg, chiedevano un impegno minimo di stabilizzazione dentro l’Afghanistan e di concentrare le risorse sul Ct, Counterterrorism, la caccia ai terroristi. Dall’altra il segretario di stato Hillary Clinton, l’inviato speciale per l’Afpak (Afghanistan e Pakistan) Richard Holbrooke e il capo del Comando centrale, David H. Petraeus, sostenevano la necessità di un approccio Coin, Counterinsurgency, antiinsurrezione, uno sforzo verso lo sviluppo più ampio, più profondo, più a lungo termine, con l’obbiettivo non soltanto di eliminare al Qaida ma anche di trasformare Afghanistan e Pakistan in due nazioni più solide e autonome, come l’Iraq del premier Nouri al Maliki. Ha vinto questa seconda linea.
Barack Obama ha annunciato un “surge” di civili, ingegneri, medici, ed esperti legali per far funzionare la macchina dello stato. Ha dichiarato l’intenzione di formare un gruppo di contatto con i paesi che hanno un ovvio interesse alla stabilizzazione della regione, senza escludere quelli con cui le relazioni diplomatiche sono più tese o ostili: gli stati del Centro asia, la Russia, il Pakistan, i regni del Golfo, l’Arabia saudita, l’Iran e la Cina. Ha detto che l’aumento di truppe combattenti – 17mila entro due mesi – sarà affiancato da uno sforzo aggiuntivo per addestrare di più l’esercito e la polizia afghani e che arriveranno quattromila istruttori. Sapendo che gli alleati Nato sono riluttanti a sforzarsi di più nella guerra – tranne la Gran Bretagna, che sopporta perdite dure ma ieri ha annunciato l’invio di altri duemila soldati – si prepara a chiedere altri istruttori e specialisti civili. Il Pentagono vuole però creare un comando sud, nella zona più violenta e vicina al Pakistan, per dirigere da sé le operazioni di guerra.
A Islamabad, Obama promette un miliardo e mezzo di dollari all’anno per cinque anni. Ma non è “un assegno in bianco”, ci saranno obbiettivi da raggiungere. E in caso di bersagli di alto livello, Washington esige azione: “In un modo o nell’altro”.
A Islamabad, Obama promette un miliardo e mezzo di dollari all’anno per cinque anni. Ma non è “un assegno in bianco”, ci saranno obbiettivi da raggiungere. E in caso di bersagli di alto livello, Washington esige azione: “In un modo o nell’altro”.